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RITROVARE UNA DIMENSIONE COMUNITARIA


In questi giorni, in occasione di vari incontri pubblici organizzati per la campagna elettorale, ho parlato con molte persone disilluse e deluse dalla politica. Come non dar loro ragione… Ma in fondo al senso di scoramento e sfiducia ho trovato indignazione, sfociata in un atteggiamento unicamente “contro”, che non propone cosa è da considerare “buono”, che non ha obiettivi per cui valga la pena impegnarsi. Ho visto ergersi barriere, come se non vi fossero più la percezione e il bisogno della ricerca di un bene comune.

E allora mi chiedo. Oggi, cosa è buono per tutti, se la mia idea di buono è totalmente diversa dalla tua? Come è possibile andare incontro all’altro, specie se bisognoso di soccorso, se tutti rivendichiamo diritti e ritengo che i miei siano più importanti dei tuoi? Si parla molto dello sfilacciamento dei rapporti umani, ma nel contempo si ergono recinti a difesa della propria dimensione, si cade in un individualismo fatto di paure e pregiudizi, isolati dalla dimensione comunitaria.

Come ha scritto Mikel Azurmendi nel libro “L’abbraccio”, siamo “trasformati in semplici individui, io e te e l’altro siamo sfere incomunicanti, nell’arrogante convinzione secondo la quale, da soli, ciascuno di noi genera dentro di sé tutto ciò che è prezioso. Uno decide quello che è valido per lui e, tutto qui, quello è ciò che è buono... E me ne frego degli altri”.

Abbiamo bisogno di uno sguardo diverso su noi stessi e sugli altri, specie se si tratta di problemi che riguardano l’intera comunità. Con le persone che stanno costruendo con me il programma di governo per il Comune di Peschiera Borromeo avverto forte l’esigenza di ripartire dal bisogno della relazione, per cercare soluzioni comuni che vadano oltre la dimensione rivendicativa individuale.

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